Barbone o clochard, la realtà non cambia

Storie di persone ai margini delle nostre città che sfidano anche l’indifferenza
di: 
Maria Laura Andronaco

È successo in una città italiana, ma può succedere, e succede, in qualunque città del mondo. Ovunque ci siano persone che hanno perduto, o non hanno mai avuto, il tepore di un letto e la protezione di una casa.

  L’evoluzione, diciamo pure l’ipocrisia, linguistica ha raggiunto anche l’antico barbone regalandogli un nome francese, “clochard”, che suona meglio, anzi è elegante, ma nasconde la stessa drammatica realtà. Dunque, un “clochard”, fra i più appartati e solitari, a quanto è stato detto, in una gelida giornata dello scorso dicembre, ha acceso il fuoco, per scaldarsi, con alcuni dei suoi cartoni, gli altri gli servivano per coprirsi, e si è trasformato in un falò.

  Non è stato, come tempo fa in un’altra città, un perfido gioco di ragazzi annoiati vogliosi di uno spettacolo al di fuori del comune, ma la tragica imprudenza di un poveretto desideroso di un po’ di calore. Stavolta i ragazzi che passavano, evidentemente non annoiati, hanno fatto di tutto per spegnere il falò, ma sono arrivati tardi, quando “frate focu” aveva già messo allo scoperto la parte meno francescana della sua natura.

  Se non è il fuoco a uccidere, può essere il freddo o il caldo o la fame e ogni volta, puntualmente, diciamo che gli uomini non dovrebbero mai morire così e non dovrebbero vivere così. “Così” significa nelle stazioni ferroviarie, negli aeroporti, nei parchi, in un angolo che si acquisisce e si difende per diritto d’uso e con le proprie cose strette in un fagotto. Ed è tanto se “il posto” non diventa oggetto di contesa e il fagotto non passa ad altro proprietario, perché non sempre esiste solidarietà fra i pari. Il cibo arriva, quando arriva, da associazioni benefiche e, se non si possiede una coperta, ci si chiude, la notte, in un involucro di giornali o di cartoni.

  Una vita semplificata, si direbbe, svincolata da scadenze di affitto, di bollette, da convenzioni sociali. E, invece, sono tante storie, di solitudine, di abbandono, di fallimento matrimoniale, di tracollo finanziario, perfino di scelta  personale. Quando accade, quando qualcuno si consegna volontariamente a questo tipo di vita, la società dovrebbe interrogarsi e ritenersi sconfitta. Si sbaglia, comunque, a giudicare gli uomini, a pretendere di conoscere le loro ragioni.

  Che Dio abbia voluto uguali per tutti il primo e l’ultimo atto del soggiorno terreno deve pur significare qualcosa, perché Lui non ha fatto niente per caso. Diversa è, però, l’accoglienza, fra merletti o stracci, diverso il commiato, nel rumore del fasto o nel silenzio della dimenticanza. Quanto diverso sia, poi, il cammino fra i due punti fermi della nascita e della morte, possiamo constatarlo ogni giorno, soprattutto ora che le distanze si sono accorciate e i paesi importano ed esportano anche la povertà.

  Nell’angolo in cui il fuoco ha lasciato le sue tracce, il “clochard” è tornato con i suoi cartoni, con le sue povere cose strette in un fagotto. È un altro, ma chi volete che se ne accorga? Se gli si passa davanti senza fermarsi, non lo si guarda in faccia e, se gli si vuole offrire un piccolo aiuto, non gli si chiede certo la carta d’identità!

Maria Laura Andronaco


Insieme n. 534 del 29 gennaio 2012

 

Barbone o clochard, la realtà non cambia